Calle Rivadavia

Seduta alla scrivania di Calle Rivadavia: una pila di libri, quaderni, l’immancabile caffè e le sue macchie sparse ovunque.

Il suo posticino.

Prendeva appunti, ascoltava la radio, apriva la portafinestra che dava sulla strada.

Aveva una cartella dove scriveva rime e poesie, ci attaccava le fotografie, un po’ come adesso si fa con i computer.

Allora non c’erano.

Le sue mani erano sempre sporche d’inchiostro, puzzavano di cola; ritagli di riviste da tutte le parti.

Passava delle ore così.

Sognava ad occhi aperti.

Ogni tanto suo padre si affacciava per constatare che ci fosse. La vedeva, e se ne andava senza proferir parola. Era un’ uomo silenzioso, il suo uomo.

Come se niente fosse lei tornava ai quaderni, scarobocchiava, cancellava, disegnava un cuore.

Era innamorata, chi non lo era a quella età!

Divorava i libri di Bècquer che prendeva nella biblioteca di paese, conosceva a memoria le sue poesie, ancora adesso.

All’ora di merenda arrivavano le amiche a prendere il mate: così la scrivania si trasformava in un tavolo pieno di briciole, con contorno de risate, segreti, sguardi e confidenze.

Se la scrivania di Calle Rivadavia oggi potesse parlare avrebbe tante storie da raccontare; ma vedete il tempo è passato, e anche se il mobile forse esiste ancora e la via anche, la sua proprietaria oggi si trova altrove.

A proposito alcune cose cambiano e altre no: scrive ancora, solo che adesso lo fa da un blog.

Ma tranquilli, gli scritti di Calle Rivadavia rimangono lì e nei ricordi di chi ha memoria.

 

(P.S: se trovate la cartella conservatela )

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Sentada al escritorio de Calle Rivadavia: una pila de libros, cuadernos, el cafè y sus manchas por todos lados.

Su lugar.

Tomaba apuntes, escuchaba la radio, abrìa la ventana de la puerta que daba a la calle.

Tenìa una carpeta donde escribìa poemas y poesìas, pegaba fotos, màs o menos como se hace ahora con la computadora.

En aquel entonces no existìan.

Sus manos estaban siempre sucias de tinta, olìan a plasticola, recortes de revistas por todos lados.

Pasaba horas asì.

Soñaba a ojos abiertos.

Cada tanto su padre se asomaba para controlar que estuviera. La veìa y se iba sin decir una palabra, era un hombre silencioso, su hombre.

Como si nada fuera ella volvìa a los cuadernos, hacìa garabatos, tachaba, dibujaba un corazòn.

Estaba enomorada, quièn no a esa edad!

Devoraba los libros de Bècquer que buscaba en la biblioteca del pueblo y conocìa a memoria todas sus poesìas; todavìa ahora las recuerda.

A la hora de la merienda llegaban sus amigas a tomar mate: y asì el escritorio se transformaba en una mesa llena de migas , contorneada de risas, secretos, miradas y confesiones.

Si el escritorio de Calle Rivadavia hoy pudiese hablar tendrìa muchas historias para contar; pero ya ven el tiempo pasò, y aunque si el mueble a lo mejor existe aùn y la calle tambièn, su propietaria hoy se encuentra en otro lugar.

A propòsito algunas cosas cambian y otras no: ella escribe todavìa, solo que ahora lo hace desde un blog…

Pero  tranquilos, los escritos de Calle Rivadavia quedan ahì y en los recuerdos de quièn tiene memoria.

( P.D : si alguien encuentra la carpeta conservenlà )

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